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      • FOLLI E TESTARDI
      • TTIP: L'IMPERO COLPISCE ANCORA
      • CONFINDUSTRIA: GLI OPERAI GUADAGNANO TROPPO
      • GLI ANNI TRENTA PROSSIMI VENTURI
      • UN LAVORO DI CHE GENERE?
      • IL MALE OSCURO (MA NON TROPPO) DEL CAPITALE
      • C'E' UNA LOGICA IN QUESTA FOLLIA
      • BENTORNATI AL SUD
      • MOSTRI DI GUERRA DIRIGONO LE SCUOLE
      • QUELL’OSCURO OGGETTO DELLO SFRUTTAMENTO
      • FINCANTIERI: RIEN NE VA PLUS
      • L'INUTILE FATICA DI ESSERE SE STESSI
      • LAVORO, REDDITO, GENERE: CHE DIBATTITO SIA...
      • RENZI E IL DEGRADO DELLA SCUOLA PUBBLICA
      • SVENDESI INDUSTRIA ITALIA
      • LE CONSEGUENZE ECONOMICHE DI MATTEO RENZI
      • NASCE PALERMOGRAD! LUNGA VITA A PALERMOGRAD! >
        • DONAZIONI
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      • DOPO LE LACRIME. MARADONA E LE FEMMINE
      • LUNGA VITA ALLA SIGNORA (DI FERRO)
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      • DEATH RACE
      • ADDIO A MANOLIS GLEZOS, 1922–2020
      • IL FASCINO DISCRETO DEL MODERATISMO
      • MACCHE' OXFORD, SIAMO INGLESI
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      • LA GRANDE INVERSIONE: DALLA VALORIZZAZIONE ALLA FINANZIARIZZAZIONE (parte 2^)
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      • DAGLI SCIOPERI DELLE DONNE A UN NUOVO MOVIMENTO DI CLASSE: LA TERZA ONDATA FEMMINISTA
      • ANCORA SU DAVID HARVEY, MARX E LA FOLLIA DEL CAPITALE
      • DAVID HARVEY E LA FOLLIA DEL CAPITALE
      • A PARTIRE DA SIMONE WEIL
      • IL ROSSO, IL ROSA E IL VERDE / 2
      • IL ROSSO, IL ROSA E IL VERDE
      • UNA CRISI, TANTE TEORIE
      • MA IL SUO LAVORO È VIVO
      • POSSO ENTRARE?
      • A VOLTE RITORNA. Il dibattito su reddito di cittadinanza e simili, prima della crisi.
      • L’ ORIENTE È L’ORIENTE E L’OCCIDENTE È L’OCCIDENTE, E GIAMMAI I DUE SI INCONTRERANNO ?
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      • CAPITALISMO CONCRETO, FEMONAZIONALISMO, FEMOCRAZIA
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      • KARL KORSCH
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      • REDDITO CONTRO LAVORO? NO, GRAZIE
      • PRIMA DI ANDARE OLTRE, LEGGIAMOLO
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      • COME L’OCCIDENTE È ANDATO A COMANDARE
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      • CHI DI MOSTRA FERISCE
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      • PRO O CONTRO LA SCUOLA PER TUTTI
      • "NON INCOLPATE NESSUNO", MA I REGISTI SI
      • STENDHAL RAZZISTA AL CONTRARIO
      • IL TEMPO INSEGUE LE SUE VIOLE
      • L’UTOPIA DI SCHULZ
      • ADOLESCENZE FRAGILI
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      • “ANNORBÒ TOTÒ”
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      • “MARIELLA SE N’È DOVUTA SCAPPARE”
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      • CERTE NOTTI
      • VITA POLITICA DI GIULIANA FERRI
      • LIBRI DELL’ANNO 2016
      • TROPPO BARDO PER ESSERE VERO
      • LA BARBARIE PROSSIMA VENTURA
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      • DODICI PICCOLI INDIANI (D'AMERICA)
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      • RESISTENZA: FINE DI UN'ANOMALIA?
      • POVERI E PICCOLI
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      • GLI OCCHI, LE MANI, LA BOCCA
      • LA FATICA DI ESSERE BUONI
      • BORGHESIA MAFIOSA E POSTFORDISTA
      • CHI PARTE DA SE' FA PER TRE
      • SCUOLA E GENERE. UN DIBATTITO A PALERMO
      • UN CECCHINO DISARMATO
      • FESSO, FETENTE, FORCAIOLO E FASCISTA?
      • GRAFFITI, POETICHE DELLA RIVOLTA
      • NEOLIBERISTI SU MARTE
      • L'ANIMA DEGLI ANIMALI
      • GATTOPARDI BORGHESI
      • LA VERITA', SE CI SI METTE TUTTI INSIEME
      • DENTRO E CONTRO IL POST-MODERNO
      • BOOM BUST BOOM (English version)
      • BOOM BUST BOOM
      • A QUALCUNO PIACE CALDO (ANCHE AI LIBERAL)
      • PADRI E PADRONI
      • GESTIONE DEI CONFLITTI NELLA CULTURA GRECA
      • CRITICATE, CRITICATE, QUALCOSA RESTERA'
      • LA STORIA DELL'8 MARZO
    • SI RIPARLA DELL’UOMO OMBRA >
      • SPIE, BUROCRATI ED EZISTENZIALISTI
      • DOPO L'UOMO OMBRA
      • NON HO L'ETA'
      • UN SACCO DI ASTRONAVI IN QUESTA LIBRERIA
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      • NON CAPISCO PERCHÉ TUTTI QUANTI…
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      • 10. ​COME FARE LA RIVOLUZIONE SENZA PRENDERE IL POTERE...A LUGLIO
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MA NON SAPPIAMO QUANDO
Stendhal e le distanze nella Certosa di Parma (seconda parte)
di Vito Bianco 01 giugno 2018

Pubblichiamo la seconda parte di questo lungo contributo di Vito Bianco (qui la prima parte). Approfittiamo per invitare alla presentazione del libro di poesie "Come uno che passa" di Vito Bianco che si terrà giorno 8 giugno 2018, ore 18:00, presso la Libreria Broadway di Via Rosolino Pilo - Palermo. 

Clelia
 
  Ma un’altra solitudine, quella del condannato lo attende dietro l’angolo. Grazie a uno stratagemma ideato dalla marchesa Raversi, che guida il cosiddetto partito liberale avverso a Mosca, Fabrizio viene arrestato e incarcerato. La Sanseverina, sconvolta, tenta una carta estrema: va dal principe e minaccia di lasciare Parma se il nipote non verrà graziato. La mossa è ardita ma sembra raggiungere lo scopo. Ma una debolezza da cortigiano o una prudenza sbagliata del ministro e amante (non scrive la formula “ingiusta detenzione”) dà al suscettibile e vendicativo principe l’agio di rimangiarsi la parola data: Fabrizio  resterà nella prigione della cittadella, della quale è governatore l’altrettanto ambizioso generale Fabio Conti, sodale della Raversi, per scontare una condanna a vent’anni di detenzione poi dal sovrano ridotti a dodici.
  Le pagine sul colloquio tra Gina e Ranuccio Ernesto IV meriterebbero di essere trascritte integralmente: sono tra le più sottili e icastiche del romanzo, e Stendhal vi dispiega tutto il suo talento di psicologo e di ritrattista. Incalzato e sedotto dall’ardimento della donna, il principe cede.
  Per le parole nette e decise, addolorate e fiere, ma soprattutto perché intimorito - e al contempo ammirato - da uno sguardo più tranciante di ogni possibile parola: “Quello sguardo fu risolutivo per il principe” scrive Stendhal, “fino allora molto incerto, nonostante il tono deciso delle sue parole. Ma per lui le parole non contavano niente”. Ordina al conte Mosca di scrivere il “gentile biglietto sollecitato dalla duchessa”. Scrivendo omette, abbiamo già detto, la frase “questa procedura ingiusta non avrà alcun seguito”: l’errore fatale gli costerà l’abbandono di Gina.
 
  Fabrizio arriva alla porta esterna della cittadella “nel momento stesso in cui il generale Fabio Conti e la figlia stavano uscendo”. La figlia è Clelia, conosciuta cinque anni prima dalle parti del lago di Como. In quell’occasione era il padre ad avere qualche problema con i gendarmi, e lui era stato molto cortese e protettivo con la giovanissima figlia. Viene condotto all’ufficio immatricolazione, dove l’arroganza di un carceriere di nome Barbone scatena la rabbiosa reazione del condannato. A due passi dalla finestra dell’ufficio, di fronte, c’era la carrozza del generale.
  “Clelia si era rannicchiata sul fondo per non assistere alla triste scena che avveniva in ufficio”. Quando scopre che il prigioniero è Fabrizio del Dongo, non può fare a meno di guardare dal finestrino della carrozza. Comincia a questo punto la lunga storia silenziosa degli sguardi, una conversazione degli occhi che prosegue nei rispettivi monologhi interiori, punto e contrappunto di una partitura sentimentale tra le più ammirate della letteratura francese e non solo. Clelia e Fabrizio si conoscono senza ancora conoscersi davvero; cercano di leggersi reciprocamente i caratteri e “l’anima più interiore” (Proust) attraverso le emergenze involontarie sulla superficie dei volti. Se i gendarmi che erano attorno al tavolo si spostavano un poco, “poteva scorgere il prigioniero”.
 
“Chi l’avrebbe detto - pensava, - quando l’ho incontrato per la prima volta sulla strada per Como, che l’avrei rivisto in una circostanza così triste? Mi aveva dato la mano per farmi salire nella carrozza di sua madre… Era già con la duchessa! Chissà se il loro amore era cominciato allora?”
 
Dobbiamo informare il lettore - aggiunge S. - che, nel partito liberale diretto dalla marchesa Raversi e dal generale Conti, tutti si mostravano certi della relazione tra Fabrizio e la duchessa. Il conte Mosca, che detestavano, era per la sua dabbenaggine il bersaglio preferito delle loro battute.
 
    Alla fine dell’interrogatorio il detenuto del Dongo esce dalla stanza scortato da tra gendarmi incaricati di condurlo nella stanza che gli era stata assegnata. Clelia “guardava dal finestrino”; il prigioniero era “molto vicino a lei”. Questa prossimità permette a Fabrizio di sentire le parole “Verrò con voi” in risposta alla domanda del padre. Udendole, il prigioniero alza “gli occhi” e incrocia “lo sguardo della ragazza”. A colpirlo è soprattutto la malinconia del suo volto. E la bellezza, naturalmente. Ma nota anche l’espressione “intelligente e profonda”. Le rivolge la parola. Le dice di ricordare di avere avuto l’onore di incontrarla “in compagnia di gendarmi”.
  La ragazza non risponde; pietà e tenerezza le tolgono “la presenza di spirito necessaria a trovare una frase qualsiasi”. Si rende conto del proprio silenzio e “arrossì più di prima”. La vicinanza non li avvicina. Il contatto delle parole non aggiunge nulla. L’eloquenza del sentimento si affida alla visione; dà l’impressione di non aver bisogno d’altro.
  Sappiamo d’avere a disposizione tutta una tradizione retorica sull’ineffabilità della passione, ma qui Stendhal la riscrive utilizzando la situazione estrema della cattività, estremizzandola con l’espediente romanzesco della separazione fisica imposta da una condanna. E dunque ecco la suggestiva coppia “amore e clausura” (anche per lei, che se l’è scelta) e conseguente obbligata filologia del volto che parla. Di necessità occorre fare virtù, è il caso di ripetere.
  In cella, Fabrizio si meraviglia di non sentirsi disperato per quella inaspettata privazione della libertà; godendo della solida protezione del conte Mosca, non poteva dubitare dell’esito positivo di quella incresciosa vicenda, nella quale è accusato di omicidio quando si è solo difeso da un’aggressione che avrebbe potuto costargli la vita.
  È invece quasi felice; di quella felicità unica e ineffabile che soltanto chi è en amour  può provare. Ripensare al viso di Clelia lo astrae dal luogo in cui si trova - potrebbe trovarsi indifferentemente ovunque. Di lei continua a rivedere lo sguardo. “’Che sguardo! - si diceva - e quante cose esprimeva! Quanta pietà!’”
  Uno sguardo, in effetti, può esprimere tutto, ma ha l’inconveniente “semiotico” di non potersi ripetere “alla lettera”. Chiuso alla ripetizione letterale, uno sguardo eloquente è però aperto a una potenziale inesauribilità poetica: ogni volta nuovo, ogni volta virtualmente differente, inconcluso, in un processo di significazione che non si raggruma in un significato stabile, fisso - un po’ come i segni del cerimoniale giapponese descritti da Roland Barthes nel suo L’impero dei segni.
  Entrambi sono - la doppia produzione di segni amorosi e il Giappone impero dei segni  vuoti e fluidi - universi dominati dagli occhi e dal visibile: e i suoi magnifici occhi, si dice Fabrizio, erano fissi su di me “‘anche quando i cavalli sono partiti con tutto quel fracasso, sotto la volta’”, perché appunto i rumori - e le parole - contano niente o poco nel regno della visione silenziosa.
 
  Clelia accompagna il padre responsabile della cittadella dov’è rinchiuso del Dongo in molti salotti; lo fa anche il giorno dell’arrivo di Fabrizio. Il generale vorrebbe usare  la bellezza della figlia per le sue  ambizioni personali e perciò spera di trovarle  un buon partito; la ragazza però non collabora, rifiuta  i pretendenti che il generale incoraggia e in società fa quasi sempre scena muta. Nessuno sa ancora dell’arresto del giovane monsignore, ma lei sì; l’ha visto in manette tra due gendarmi.
  Per questo quella sera il suo viso “è più animato del solito” (“Quando si paragonava la sua bellezza a quella della duchessa, era soprattutto quella sua impassibilità, quel suo apparire come al di sopra di ogni cosa, che faceva pendere la bilancia a favore della rivale”).  Clelia aveva persino divisato di farsi suora; e al pensiero di affidare solitudine e pensieri intimi alle mani “di un giovane che il titolo di marito avrebbe autorizzato  turbare la sua vita interiore” era invasa da un vero e proprio orrore.
  La ragazza è convinta (e con lei l’intera corte) che Gina e Fabrizio siano amanti e si stupisce di trovare tanto calma la donna, una calma che però è frutto dell’ignoranza sulla sorte del nipote. In quel salotto lei e quella nuova Clelia sono al centro dell’attenzione di maschile e femminile. La duchessa si sente addosso gli sguardi della Conti; ha la sensazione (e non si sbaglia) di essere per lei “l’oggetto di un nuovo interesse”.
  Sono rivali, amano lo stesso uomo ma ancora non lo sanno. Per il momento sono alleate, vicine nella sventura. Quando verso le dieci un amico dà alla duchessa la notizia del voltafaccia del principe, la donna impallidisce e Clelia “le prese la mano e osò stringerla”. Gina la ringrazia e aggiunge d’aver capito che è “d’animo nobile”. La duchessa se ne va. E la giovane Conti, guardando la duchessa che attraversa i saloni, piange (“gli occhi di Clelia si riempirono di lacrime”).
  Anche nel bel mezzo di una serata mondana, Clelia cerca la solitudine e si rifugia nel riquadro di una finestra che dava su un boschetto e “seminascosta da una tenda di taffetà”, rifugio speculare dell’altro, la cella di Fabrizio. Ripensa ai cinque anni trascorsi dalla prima volta che ha visto del Dongo (“’ero rimasta colpita già allora’”), al tempo in cui tante cose passavano sotto i suoi occhi inosservate. L’aveva rivisto a Parma, senza particolare emozione, al ballo per il compleanno della principessa.
  La ragazza si rimprovera amaramente di non aver risposto a Fabrizio, e teme che per questo mutismo del Dongo la disprezzi giudicandola degna figlia di un carceriere. Si rammarica, si tormenta, ma, ciononostante le riflessioni alle quali la strappa l’arrivo dell’arcivescovo Landriani  “non erano prive di qualche dolcezza”.
  Nessuna dolcezza ma solo nera disperazione e infine un pianto liberatorio per la duchessa Sanseverina che, tornata a casa, può sfogare tra le quattro pareti della sua camera da letto tutta la rabbia impotente per il tradimento del principe Ranuccio. Dopo la disperazione, il proposito di dominarsi per meglio portare soccorso all’uomo di cui, “senza confessarselo, era perdutamente innamorata”,  e la decisione di rompere col conte. Ammette di essere stata stupida a credere “che in un cortigiano rimanesse abbastanza anima per essere capace d’amore”.
  Eppure Mosca, lo sappiamo, l’ama alla follia, forse più di quanto lei ami  il nipote, sebbene si ritenesse obbligato a cercare “prima di tutto il bene del conte Mosca della Rovere”. Era però un uomo d’onore, e perciò è perfettamente sincero quando dice alla duchessa che è pronto al dimettersi.
  Nella scena della separazione, la duchessa arriva molto vicina a confessare al ministro i suoi veri sentimenti per Fabrizio. Lo fa in modo indiretto, con una litote; dice: “’Non verrò a dirvi che gli voglio bene proprio come una sorella. Diciamo che gli voglio bene d’istinto’”. Avrebbe dovuto dire: “non come una zia”. E, il “bene d’istinto”, cos’è, un altro modo di nominare la passione? Si lascia andare al piacere del ritratto; ormai per lei in conte è solo un amico. Dice che di Fabrizio le piace il coraggio, “’così semplice e perfetto, si potrebbe dire inconsapevole’”. Ricorda
 
che questa forma di ammirazione cominciò in me dopo il suo ritorno da Waterloo. Era ancora un bambino, malgrado i suoi diciassette anni. La sua maggiore preoccupazione  era quella di sapere se aveva davvero assistito a quella battaglia e, in caso di risposta affermativa, se poteva dire di essersi battuto, pur non essendo andato all’assalto di nessuna batteria né di nessuna colonna nemica. (cors. mio)

 
   Il ritratto sin troppo lusinghiero della donna innamorata culmina con le parole “grazia perfetta” e “anima grande”.  Non possiamo pretendere dalla duchessa imparzialità di giudizio, ma dobbiamo riconoscere che c’è una parte di verità in quel che dice del nipote. Un’altra parte concerne zone meno nobili e caratteri meno lusinghieri. Ma è proprio questa complessità irriducibile a un unico disegno, a un’unica fisionomia a fare il fascino del personaggio. Il quale, in quel momento, dimentico della sua sventura, si commuove contemplando lo spettacolo del “Monviso e dagli altri picchi delle Alpi che risalgono da Nizza verso il Moncenisio e Torino”.
  Adesso è davvero l’uomo descritto da Gina; a cambiarlo è l’aver fatto imprevedibilmente esperienza della “parte spirituale” dell’amore, per la quale credeva di  essere geneticamente negato. Quando a un tratto, uscito dall’incanto della contemplazione, si rende conto di trovarsi in una prigione, quasi non riesce a crederci.
 
“Ma questa è una prigione? È di questo che avevo tanta paura?” Invece di trovare in ogni cosa un lato sgradevole e motivi di rancore, il nostro eroe si lasciava affascinare dalle dolcezze della prigione.
 
  Per qualche strano motivo, scrive Stendhal, su cui non voleva riflettere, “provava una segreta gioia in fondo all’anima”. È una sorta di felicità mistica fondata sul distacco dalle cose terrene. Ora, finalmente, è un autentico cristiano, intimamente trasformato dall’amore per una donna.
  Dalla finestra può vedere la voliera di Clelia, che ama gli uccelli. In quella solitudine sono per lei compagnia e consolazione. Fabrizio spera di vederla, e si domanda se si degnerà di accorgersi di lui. Entrambi sono soli e “lontani dal mondo”, posti, possiamo dire, a un’invidiabile e incontaminabile altezza romantica. Trovare il modo di farsi notare è la prima - e unica - preoccupazione di Fabrizio. Intanto continua a tesserne le lodi, per mezzo di un trasfigurante metodo induttivo che fa derivare l’intelligenza dalla malinconia, ed entrambe da una supposta nobiltà che la bellezza rivela in un’evidenza indubitabile. Bellezza che qui è, possiamo dire, sia platonica manifestazione di verità, sia stendhaliana promessa di felicità.
  Rivedendo nel ricordo la “grazia piena di modestia” con la quale la giovane Conti l’aveva salutato la sera prima e il primo incontro sul lago di Como (“Un giorno verrò a vedere i vostri bei quadri di Parma, ricorderete il mio nome: Fabrizio del Dongo”, le aveva detto salutandola) Fabrizio dimentica di dover essere in collera. Che sia, senza saperlo, un eroe? Dov’era finita la paura della prigione?
  L’arrivo del falegname che deve prendere le misure per le imposte da mettere alle finestre interrompe il corso dei suoi pensieri. Le imposte vogliono dire vista impedita; ma non subito. La lunga attesa è ripagata dall’apparizione della ragazza: “verso mezzogiorno apparve Clelia che veniva a curare i suoi uccelli”. Fabrizio rimane immobile e “trattiene il fiato”.
 
  È in piedi contro le “enormi sbarre della finestra”, ed è “vicinissimo a lei”. Stendhal per il momento non misura per noi la distanza reale, in metri o pollici, dato che il vicinissimo del testo rimanda senz’altro a una prossimità psicologica, a un dominio sentimentale dove le distanze si misurano con un metro speciale, altrove inutilizzabile. Fabrizio si accorge che la ragazza “non alzò gli occhi verso di lui”, ma i suoi movimenti impacciati rivelano che si sente osservata. Avvicinandosi alla finestra della voliera “arrossì violentemente”. Poi,
 
tornando dal fondo della stanza, che Fabrizio, grazie alla sua posizione più elevata, poteva vedere benissimo, Clelia non poté impedirsi di guardare verso l’alto, sempre muovendosi, e ciò bastò perché Fabrizio si ritenesse autorizzato a salutarla. “Non siamo forse come soli al mondo, quaggiù?” si disse per farsi coraggio. A quel saluto, la ragazza si fermò, abbassando gli occhi.    
 
  Il rossore, segno dell’emozione, la posizione elevata che permette di vedere benissimo tutta la profondità della stanza, il guardare verso l’alto (“alzare gli occhi”) e il fermarsi “abbassando gli occhi”… Siamo nel pieno di una delicata dialogica dello sguardo: dall’alto dominano con discrezione, dal basso si alzano con pudore.
  Si viene visti e, dopo una titubanza dovuta al turbamento, malumore o dissimulata civetteria, si vede. Clelia si ferma e abbassa “gli occhi”; ma li rialza “lentamente e, facendo un evidente sforzo su se stessa, saluta il prigioniero con un cenno “quanto mai grave e ‘distante’, ma non potè imporre il silenzio al proprio sguardo”: il gesto allontana, si difende; lo sguardo, al contrario, parla, e parla la lingua della prossimità emotiva, sentimentale; esprime “la più viva compassione”.
  Da dove si trova il prigioniero è in grado di vedere il nuovo rossore di lei che stavolta si estende sino alla parte più alta delle spalle, dalle quali aveva scostato lo scialle per il caldo che doveva sentire nella voliera. A quel saluto Fabrizio risponde con uno “sguardo involontario”, una voce visiva irriflessa che sottolinea ulteriormente il particolare contesto ottico dell’episodio. Uno sguardo che turba la ragazza, la quale non può fare a meno di immedesimarsi nella felicità che la duchessa proverebbe se potesse vedere il nipote così come lei può vederlo. Un’immedesimazione che è una vera e propria identificazione sentimentale, un vivere l’amore che ancora non si ammette per interposta persona, in attesa di diventarne la protagonista.
  Prima di ritirarsi, Clelia si sottrae abilmente alla vista di Fabrizio, che sperava di poterle dare il saluto di congedo. Ma resta ancora fermo a guardare. “Era un altro uomo”, scrive Stendhal. È vero; ce ne siamo accorti. “Da quel momento, il suo pensiero si concentrò su una sola cosa: come continuare a vederla anche quando avessero sistemato quell’orribile schermo di legno davanti alla finestra che dava sul palazzo del governatore”. Uno schermo opaco contro il quale sarebbero tristemente rimbalzati tutti gli sguardi desideranti di questo uomo irreversibilmente mutato.
    
    
 
Alfabeti
 
 
  Per tutta la notte Fabrizio non fece che escogitare “nuove trovate di falegnameria” per aggirare l’ostacolo delle imposte di legno. Impegnato a cercare una soluzione al problema, non pensò una sola volta al dolore della zia Sanseverina, anche lei alle prese con un problema di complicata soluzione: salvargli la vita. Per quel giorno, il falegname incaricato dei quel lavoro di “occultamento” non viene; verso mezzogiorno, secondo la rodata consuetudine, può rivederla.
  L’urgenza di comunicarle quanto stava per accadere, spingono il giovane innamorato a mimare con le dita l’atto di segare le assi della finestra; la ragazza, che è pur sempre figlia del governatore, ne rimane scandalizzata e l’indomani non si fa vedere, anche se, nascosta dietro una persiana, segue con angoscia “ogni movimento degli operai” e vede molto bene la tremenda “inquietudine di Fabrizio” mentre osserva la progressione dei lavori di oscuramento.
  Clelia era una sincera liberale che aveva preso sul serio tutti i discorsi ascoltati nel giro di suo padre, il quale invece agiva spinto solo dall’ambizione personale. Ora si dibatte tra una naturale fedeltà familiare e il sentimento che prova per il prigioniero, che lei, come il resto della corte e della città, sa in pericolo di vita (per vendicarsi dell’umiliazione, Ranucio Ernesto IV ogni due settimane fa circolare la voce della prossima esecuzione di monsignor del Dongo).
  Per la prima volta Fabrizio è di cattivo umore. Sino a quel momento non aveva quasi notato la mancanza di libertà. Si potrebbe quasi dire che mai prima di allora era stato così integralmente libero, cioè a contatto con la parte più essenziale e autentica del proprio essere. Lo sguardo della bella Conti, quel primo sguardo ricevuto quando gendarmi lo portavano fuori dal corpo di guardia ha, confessa a se stesso, “cancellato tutta la mia vita passata”.
  L’amore l’ha rigenerato; lo ha, potremmo dire, rivoltato come un calzino; ha trasformato un edonista in un asceta. Un asceta ingegnoso che quella stessa sera (siamo al terzo giorno di una detenzione che durerà nove mesi) comincia a segare l’imposta con “la croce di ferro del rosario”: un uso improprio di un oggetto di fede che nessuno potrebbe essere tanto severo da rimproverargli. 
  Lavora alacremente e, dopo ben quindici faticose ore, può finalmente rivedere la donna che ama. Clelia, convinta che lui non possa vederla, rimane a lungo con lo sguardo rivolto alla finestra della cella. È turbata; e irritata con se stessa perché non capisce o non vuole capire la ragione della “terribile” malinconia da cui è dominata. Eppure un altro segnale dovrebbe metterla sulla strada della verità: dopo aver provato per lei compassione, ora Clelia odia la duchessa, che immagina ancora come una quasi imbattibile avversaria.
  Fabrizio la osserva senza essere visto e ha tutto il tempo di leggere nei suoi occhi i segni “della più umana pietà” (che sono anche i segni “dell’antica fiamma” di dantesca memoria); eppure gli sembrava di non poter essere felice se non fosse riuscito a far capire a Clelia che la vedeva. Fabrizio è meno raffinato di Mosca, che in un palco della Scala gode di vedere non visto Gina; ed è anche più giovane e privo dell’alternativa concessa al ministro: raggiungerla.
  Il giorno dopo, mentre lei guarda tristemente la grande imposta, riesce a far passare un “pezzettino di ferro” dal pertugio che “aveva ottenuto con la croce” con il quale fa dei segni che volevano dire “sono qui e vi vedo”. Ma non basta. Ha bisogno di allargare l’apertura, di togliere almeno un tassello grande come “una mano”, da rimettere subito al suo posto quando necessario. Il riquadro gli avrebbe consentito di vedere e “di essere visto”, che per lui è già un “parlare” di ciò che sente di avere nel cuore.
  La ragazza ora non abbassa più gli occhi, “né si metteva a guardare gli uccelli quando lui cercava di darle un segno della sua presenza con quel povero fil di ferro”. Fabrizio è duro e tenace proprio come quel filo e la croce del rosario e la molla dell’orologio, l’ultimo strumento che prova a usare per il suo scopo: aprire un varco per la visione. L’ottavo giorno Clelia,
 
fissando l’imposta che nascondeva la finestra, notò che Fabrizio non aveva ancora dato alcun segno della sua presenza. A un tratto, vide che un pezzetto di quello schermo, più grande di una mano, veniva spostato. Lui la guardò con aria allegra, salutandola con lo sguardo. La ragazza non seppe reggere a questa prova inaspettata (…) Ma tremava a tal punto che rovesciava l’acqua invece di versarla (…) Non riuscendo a sopportare quella situazione, decise di scappar via di corsa. Per Fabrizio fu senza dubbio il più bel momento della sua vita. Con quale entusiasmo avrebbe rifiutato la libertà, se gliela avessero offerta in quell’istante!

 
  Quella fuga e quel tremore equivalgono a una confessione. Le voci - false - di una imminente esecuzione gettano nella disperazione la duchessa e fanno crollare i propositi di durezza di Clelia. L’indomani rimane nella voliera un’ora e mezza, risponde a quasi tutti i segni che Fabrizio le invia e si nasconde solo per impedirgli di vederla piangere. Ma i segni, sufficienti a comunicare stati d’animo semplici ed esaltazione amorosa, si rivelano inadatti a interrogare sulla vera natura dei sentimenti di Fabrizio per la zia Sanseverina. Per quello ci sono ancora soltanto le parole della lingua italiana, da pronunciare a distanza di udito. La ragazza non sa di avere spodestato Gina dal cuore del felice prigioniero, il quale adesso fa fatica persino a ricostruire nella memoria i tratti del suo volto.
  Non riesce neppure più a capire come potesse essergli sembrata tanto bella: “Per lui, in quel momento, era una donna di cinquant’anni”. Aveva fatto bene, si dice, a non dirle che l’amava. L’immagine di Clelia, la solitaria figlia del suo carceriere, si era impadronita della sua anima, scrive Stendhal, “fino quasi a incutergli terrore”.
  È un caso perspicuo di quello che l’autore del De l’amour chiamerebbe amour-passion, l’amore al culmine dello slancio romantico che tutto travolge e trasfigura, che talvolta domina la mente di chi lo prova sino al terrore per una forza che fa traballare ogni certezza e può fare amare la prigionia più della libertà.
  Ora la sua felicità dipendeva da lei, che poteva fare di lui il più infelice degli uomini, e ogni giorno “era preso dalla paura mortale” che “per un capriccio senza appello della volontà di Clelia” quell’esistenza strana e deliziosa che si trovava a vivere “vicino a lei” finisse all’improvviso.
 
  Sono passati due mesi. Clelia andava due volte al giorno a far visita ai suoi uccelli, il che vuol dire far visita a Fabrizio il quale, “se non fosse stato innamorato”, non avrebbe più potuto avere dubbi su ciò che prova per lui la ragazza. L’amore ha su chi ne subisce l’azione un duplice effetto: rende acuti e ciechi allo stesso tempo. Il giovane del Dongo nota alcune cose - per esempio la puntualità di Clelia, il rossore…- ma è incapace di leggere correttamente i segni del sentimento ricambiato. Un’incapacità dovuta all’offuscamento sentimentale e alla mancanza di esperienza: Fabrizio, che ha fama di seduttore, non ha mai, come sappiamo, fatto esperienza della vera passione, se si esclude l’ambiguo e contraddittorio affetto che prima di rivedere la Conti alla cittadella ha provato per Gina.
  La tacita conversazione tra i due si svolge come se a veicolare i pensieri fossero le parole.  Seduta al pianoforte, Clelia suona per avvertire l’innamorato della sua presenza e distrarre le sentinelle che vanno avanti e indietro sotto le sue finestre. E intanto risponde con gli occhi a tutte le domande di Fabrizio, tranne a una. Quella risposta negata lo teneva impegnato a risolvere un quesito che sembrava irresolubile. Il risultato delle sue mille osservazioni di continuo passate al vaglio di una critica serrata era sempre lo stesso: “’Tutti i suoi gesti volontari dicono di no, ma ciò che nei suoi sguardi è involontario sembra dire che mi vuole bene’”.
  È a questo punto che Fabrizio ha l’idea di comunicare con la giovane Conti usando  lettere scritte sul palmo della mano con un pezzo di carbone trovato nella stufa. Una trovata che avrebbe di certo migliorato il dialogo, permettendo una precisione che l’altro “sistema semiotico” non consente.
  La sua finestra dista da quella di Clelia circa venticinque piedi, ci informa il narratore (un piede corrisponde a 30, 48 centimetri). Avrebbero potuto parlarsi, se non ci fossero state le guardie. Per le parole da dire, la distanza reale è incolmabile, per il momento. E il reale, fuori dallo spazio protetto di quell’originale idillio, incalza.
  Una realtà che porta il nome di marchese Crescenzi, ricchissimo e pronto a sposare la figlia del generale anche senza un soldo di dote. Il padre la minaccia, le ricorda che ne ha rifiutati sei, che stavolta dovrà scegliere tra il matrimonio col marchese o un convento di Parma. Un dilemma atroce, dato che entrambe le scelte vogliono dire separazione da Fabrizio, e proprio quando “tremava per la sua vita”.
  Ma, “pur non essendo lontana da lui”, e molto più vicina dei venticinque piedi che separano le due finestre, non intravede alcuna prospettiva di felicità: “Credeva che la duchessa lo amasse ed era straziata dalla gelosia”. E ancora: il riserbo che si era imposta nei suoi confronti, e l’aver costretto a quel limitato “linguaggio di segni” per paura di tradirsi…tutto congiurava contro un chiarimento su quali fossero i suoi veri rapporti con la duchessa.
  I segni muti da un lato la salvano, la tengono al riparo da un passo avventato, dall’altro le impediscono di sapere a propria volta. E poi i dubbi sulla buona fede di Fabrizio, che ha fama di libertino incostante, e la necessità di fingere di accettare la corte del marchese Crescenzi, che una sera, verso le undici, manda alla cittadella dei musicisti per una serenata in onore della figlia del governatore Fabio Conti: è l’annuncio ufficiale del matrimonio. Clelia ha detto sì al marchese per non essere “mandata immediatamente in convento”. Dal monologo interiore di Clelia a questa altezza del racconto, estraiamo un passo:
 
“Mio caro amico, che cosa non  farei per te! Sarai la mia rovina, lo so, questo è il mio destino. E già mi sono perduta questa sera in modo atroce, assistendo a questa orrenda serenata. Ma domani a mezzogiorno ti rivedrò!  
 
  L’indomani, si mostra di nuovo fredda, distante. È il movimento di “ritrazione” a cui l’eroina stendhaliana ci ha abituati, per la disperazione del suo vicino innamorato. Il narratore scrive che quello sarebbe stato il momento giusto per osare l’affondo con il quale il giovane monsignore avrebbe avuto di sicuro partita vinta. Sarebbe bastato anche quel linguaggio imperfetto di segni, che comunque fino ad allora aveva funzionato egregiamente. “Ma Fabrizio mancava d’audacia e aveva una gran paura di offenderla”; soprattutto, non aveva alcuna esperienza “dell’emozione che può dare una donna amata”;
 
era una sensazione che non aveva mai provato, neppure nelle più tenui sfumature. Ci volle una settimana, dopo la serenata, perché potesse riprendere con lei le consuetudini di una buona amicizia. La povera ragazza, per la paura folle che aveva di tradirsi, si proteggeva con un tono severo, e a Fabrizio sembrava che le cose peggiorassero ogni giorno.
 
   Passa un altro mese. Da quando è arrivato alla cittadella non ha mai avuto un solo contatto con l’esterno. Non se ne cruccia. L’unico contatto che gli importa di avere è con Clelia. È di nuovo mezzogiorno e può finalmente riaprire i “due sportelli alti un piede” che era riuscito ad ritagliare “nell’imposta fatale”. Ancora una volta la ragazza è in piedi alla finestra della voliera, “gli occhi fissi su quella di Fabrizio”. Ha un’espressione disperata. Non appena lo vide “gli fece segno che tutto era perduto”.
  Poi si siede al pianoforte e utilizzando un finto recitativo comunica all’innamorato che ha buone ragioni per credere che qualcuno sta cercando di avvelenarlo. Gli dice di astenersi dal cibo e che farà il possibile per fargli arrivare un po’ di pane e cioccolata. Come faccia a comunicare tutto questo con un recitativo di propria invenzione, Stendhal non ce lo dice. È uno dei passaggi in cui la verosimiglianza è più debole e più forte  nel lettore la sensazione di trovarsi in pieno romance, in cui  volentieri si rinuncia alla tenuta realistica della narrazione in cambio di una più intensa verità psicologica o morale.
  Fabrizio si ricorda del carbone e pensa sia arrivata l’occasione di usarlo. Si scrive sulla mano una serie di lettere che messe insieme “formavano queste parole: ‘Vi amo, la vita mi è preziosa solo perché vi vedo. Mandatemi soprattutto carta e matita’”.
  Dai segni muti degli occhi e dei gesti all’alfabeto tracciato sulle mani passando per le parole dette accompagnate dalla musica del pianoforte: un intero arco comunicativo è percorso in poche settimane. La paura del pericolo che incombe sul prigioniero ha la meglio sull’impulso di Clelia di interrompere il colloquio dopo quell’audace dichiarazione.
  Fabrizio non è riuscito ad afferrare tutte le parole del recitativo della ragazza; per esempio non capisce a che proposito ha usato la paro “veleno”. Clelia, terrorizzata, si affretta a rispondere scrivendo grandi lettere sulle pagine strappate da un libro. La comunicazione alfabetica è cominciata. Fabrizio “fu al colmo della gioia vedendo che Clelia aveva finalmente accettato di comunicare con lui a quel modo”.
  La faccenda del veleno indebolisce le resistenze della tormentata ragazza. Per Fabrizio è un euforizzante passo avanti. Ora sente di avere con lei una relazione intima che somiglia molto a un’amorosa rinuncia a resistere. La distanza diminuisce ulteriormente, e passa - se vogliamo semiseriamente misurarla con un metro comune - dai venticinque piedi circa della precedente misurazione ai probabili pochi centimetri di adesso. Una distanza minima epistolare, possiamo chiamarla; lettere stampate sulle mani che sostituiscono un contatto impossibile.
  “Ogni mattina, e spesso anche la sera conversava a lungo con lei” leggiamo. Clelia acconsente a ricevere una lunga lettera, “e spesso gli rispondeva con qualche parola. Gli mandava anche il giornale e qualche libro”.
 
  Quella quasi perfetta felicità (“’Non è divertente scoprire che la felicità mi aspettava in prigione?’” chiede autoironico e divertito a Clelia) finirà con una rocambolesca fuga organizzata da Gina e dal Conte ma nella quale avrà un ruolo fondamentale Clelia Conti, con cui riuscirà d avere due segreti, concitati ed emozionanti tête à tête, ultima ravvicinata tappa della sequenza comunicativa tra i due amanti fuori dal mondo.
  Fabrizio al principio dice no alla fuga; poi si piega alla severa insistenza dell’innamorata che minaccia di lasciare la cittadella per il convento. In seguito, credendo in pericolo la vita del padre, farà voto di sposare Crescenzi in cambio della salvezza del padre.
  Il giovane monsignore lascia nottetempo la torre Farnese come un uomo nato a nuova vita: sono trascorsi esattamente nove mesi dal giorno in cui vi ha messo per la prima volta piede.
  Lo ritroveremo a Belgirate con Gina Sanseverina, che quasi non lo riconosce, tanto mutato lo trova  da quel che un tempo era. Vi tornerà, riconsegna dosi al generale Fabio Conti, e in attesa di un giusto processo che dovrebbe assolverlo dall’accusa di omicidio, come si torna a un luogo che ci ha visti felici, e dove spera di rivedere la donna che ama (“era tornato nella vecchia stanza alla cittadella , troppo felice di abitare a pochi passi da Clelia”).
 
 
Appuntamento al buio
 
 
  Com’è facile immaginare, l’arrivo del “nostro eroe” getta nella disperazione la “povera ragazza” che ormai non può più nascondersi la verità; ovvero che non sarebbe mai stata felice lontana da lui. Scrive Stendhal: era impossibile dire
 
ciò che accadde nel suo triste cuore, quando, occupata malinconicamente a osservare i suoi uccelli, nell’alzare gli occhi per abitudine e con tenerezza alla finestra dalla quale  lui la guardava, lo vide di nuovo che la salutava con tenero rispetto.
 
  Passano pochi giorni e Clelia per la seconda volta salva la vita di Fabrizio. Fa irruzione nella cella dove è voluto tornare per rivederla e lo ferma proprio quando sta per assaggiare il primo boccone di un pasto avvelenato: la vendetta del padre per lavare l’onta dell’evasione e il criminale espediente del ministro Rassi per legare le proprie sorti a quelle del nuovo sovrano Ernesto V.
  Poco dopo, mentre i due giovani sono abbracciati e si scambiano parole d’amore (per la prima volta parole e corpi coincidono;  per la prima volta i segni verbali potrebbero prendersi una pausa, ma Clelia, che crede Fabrizio ancora in pericolo, dice d’un fiato tutto ciò che si era costretta a non di dire, stringendolo a sé), arriva trafelato il generale Fontana, mandato dal principe a scortare del Dongo nel più sicuro carcere di Parma. Per ottenere questo risolutivo aiuto la Sanseverina ha dovuto promettere a Ernesto, che le ha confessato di amarla, di passare una notte con lui.
   Fabrizio viene  processato e assolto e può quindi cominciare il suo cursus ecclesiastico come coadiutore e successore dell’arcivescovo Landriani. Non avrebbe più nulla da chiedere alla fortuna, ma il matrimonio di Clelia con lo stupido marchese Crescenzi, a favore del  quale ha segretamente tramato la zia (se lei sposa un altro, si dice, si rassegnerà e tornerà da me) trasformano Fabrizio in un monaco disperato.
  L’esistenza solitaria e il rifiuto di partecipare (almeno in un primo tempo) alla vita di corte gli conquistano una fama di santità che la voce pubblica attribuisce alla devozione religiosa. È dimagrito, invecchiato, ha fatto voto di silenzio, ha l’aria di un asceta la cui mente sia perennemente occupata dal pensiero di Dio. 
  Il suo pensiero è  invece occupato dall’immagine di Clelia, la donna che ama e che si sforza invano di dimenticare. Lo sforzo prolungato comincia a dare forse qualche risultato, ma quando, alla festa di compleanno della principessa madre rivede la ragazza, ora marchesa Crescenzi per la sciocca ambizione del padre, tutto cambia, tutto crolla, e ogni parvenza di pace faticosamente raggiunta, si dissolve sotto l’urto dell’emozione provocata da quella visione insieme temuta e sperata.
  In un angolo del salotto Fabrizio in umile abito nero dà le spalle al gran mondo riunito per festeggiare il genetliaco della principessa; conversa con un colto francescano, ma non riesce a trattenere le lacrime, gli indizi inequivocabili del suo dolore d’amore. Quando ho dei forti mal di testa, piango, dice al frate, al quale non può nasconderle.
  Piange per mezz’ora, sempre dando le spalle al resto del salone. Ma quando sente appena dietro di lui un lieve rumore di poltrona smossa, si volta: “Ci fu un po’ di rumore vicino a Fabrizio, che per la prima volta nella serata si voltò a guardare”. 
  È Clelia. “La poltrona che aveva prodotto il leggero scricchiolio sul pavimento era occupata dalla marchesa Crescenzi, i cui occhi pieni di lacrime incontrarono quelli di Fabrizio, che no erano certo in condizioni migliori”. Vedendolo di spalle e di mezzo profilo lei l’aveva scambiato per il fratello maggiore: ha il viso smagrito e l’espressione di chi ha sofferto molto. Poi si ritrova addosso, come un tempo, quegli occhi ammirati adesso lucidi di pianto.
  Abbassa subito i propri, ha fatto un giuramento che solo un grave rischio di morte le ha fatto una volta rompere. È cambiata, pensa Fabrizio; è cambiato si dice di rimando Clelia.
  Ma poi, per un caso che si potrebbe anche chiamare destino segnato, si trovano vicini, Fabrizio le sussurra due versi di Metastasio: “Oh, no, non mi vedrete mai mutare,/Begli occhi, che mi insegnaste ad amare. Clelia, felice, capisce d’essersi sbagliata. Distanza ravvicinata e poesia servono a chiarire un equivoco, a rimettere in equilibrio, risollevandoli, gli stati emotivi; a ridare momentaneo slancio a un  discorso amoroso intenso ma discontinuo. (L’ultimo incontro risale a prima del matrimonio. Il luogo: il salotto di casa Contarini, la zia che ospita Clelia durante i mesi d’esilio del padre, caduto in disgrazia dopo la scoperta del tentativo di avvelenare Fabrizio).
  Ma Clelia ha l’obbligo di rispettare un voto; ma quando “si trovò vicinissima a Fabrizio la profonda infelicità dipinta sul suo volto le fece pietà”. Gli dà di nascosto il ventaglio accompagnando il gesto con queste parole: “’Dimentichiamo il passato e conservate questo ricordo di amicizia’”.
  Al centro della mondanità cortigiana più sciocca e falsa, il dialogo sentimentale interrotto riprende; una duplice conoscenza viene ristabilita: di sé e dell’altro creduto irreversibilmente mutato.
 
  Tanto basta perché Fabrizio si lasci alle spalle isolamento, silenzio e abito nero e ricominci a sperare, a spiare e a cercare, con l’inganno di vederla: riuscirà soltanto a lasciare un messaggio floreale nel giardino di palazzo Crescenzi, nuova dimora della bella e modesta donna che è stata capace di trasformare un gaudente in un santo.
 
Già l’indomani, decise che il suo ritiro era finito, e tornò al suo magnifico appartamento al palazzo Sanseverina. L’arcivescovo osservò, credendoci, che il favore fattogli dal principe di ammettendolo al suo gioco aveva completamente sconvolto il nuovo santo.
 
  Fabrizio intanto, accogliendo un sagace consiglio del conte Mosca, è diventato un predicatore di grido, capace di richiamare folle di fedeli d’ogni condizione sociale, attirate dai suoi ispirati e commoventi sermoni. Il monsignore esibisce la sua eloquenza in luoghi diversi con la speranza di trovare tra gli uditori Clelia che, avendo fato voto alla Madonna di non più neppure guardarlo, evita con cura le chiese dove l’innamorato dà prova di vera sapienza del cuore.
  Sulla fermezza della decisione ha però la meglio la gelosia: la ricca e graziosa Anetta Marini, una delle molte ammiratrici di monsignor del Dongo, si è innamorata del tormentato prelato, che forse, stando a quel che già si mormora, non è del tutto insensibile al fascino della ragazza, sempre in prima fila alle sue molto partecipate esibizioni.
  Ci va; lo vede per la prima volta dopo quattordici mesi; si pente di aver aspettato tanto (“Quanto a Clelia, dopo le prime dieci righe della preghiera, già riteneva un delitto atroce aver fatto passare quattordici mesi senza vederlo”).  Fabrizio
 
comparve sul pulpito. Era così magro così pallido, così ‘consumato’, che gli occhi di Clelia si riempirono subito di lacrime. (…) pronunciò qualche parola, poi si fermò, come se la voce gli mancasse di colpo. Tentò vanamente di cominciare qualche frase; si voltò, e prese un foglio scritto.       
 
  Quella stessa sera scrive un biglietto col quale gli  dà un appuntamento notturno nell’aranceto di palazzo Crescenzi. “Riconoscendo quella divina scrittura, Fabrizio cadde in ginocchio e scoppiò in lacrime. ‘Finalmente - esclamò - dopo quattordici mesi e otto giorni! Addio prediche!’”       
   Giunge l’ora da entrambi tanto attesa. Si vedono. Anzi no. Si toccano. Lei lo chiama  “’amico del mio cuore’”, ma gli nega la visione: tiene fede al voto, a suo modo. Dal buio le parla quella prima notte, e al buio si ameranno tutte le sere per tre anni nell’appartamento di Clelia, senza destare alcun sospetto.
  Niente più occhi, vista, segni visibili; solo tatto, odori, sapori, umori, parole forse a questo punto superflue nella distanza ormai annullata dalla congiunzione realizzata dei corpi nell’oscurità. O tatto o vista: è l’alternativa secca che questa celebre storia d’amore propone, come a segnalare una sorta di impossibilità genetica della completezza, della normalità quotidiana per una speciale avventura sentimentale iniziata tra le alte mura di una città-prigione.
  Passione segregata e segreta, notturna e dimidiata, straripante e sempre parziale, che produce nuova vita (il figlio Sandrino) per chiudersi rapidamente con tre morti, dopo un finto rapimento e una finta malattia che diventa subito vera.
  Fabrizio sopravvive appena un anno a Clelia, che spera di ritrovare “in un mondo migliore”; ma era “troppo intelligente per non sapere che aveva molto da espiare”: espiare in questo mondo per guadagnare nell’altro la distanza ideale in cui  passione e conoscenza - senza tensione e nella quiete inalterabile - coincidono.
  Prima  di allontanarsi per sempre,
 
firmò parecchio atti con i quali assicurava una pensione di mille franchi a ciascuno dei suoi domestici e riservava a se stesso una pensione uguale. Donò terre del valore di circa centomila lire di rendita alla contessa Mosca; uguale somma alla marchesa del Dongo, sua madre, e ciò che restava della fortuna paterna a una sorella mal maritata. Il giorno seguente (…) si ritirò nella “Certosa di Parma”, situata nei boschi vicini al Po, a due leghe da Sacca.   
 
Poscritto
 
 Il racconto di Chesterton citato all’inizio si trova nella raccolta Il segreto di padre Brown, San Paolo, Milano 2017, traduzione di Riccardo Ferrigato.
 L’impero dei segni  di Roland Barthes, cronaca molto particolare di un viaggio in Giappone, è pubblicato da Einaudi, che l’ha ristampato più volte.
La versione italiana che ho utilizzato per questa personale rilettura della Certosa di Parma è quella di Maurizio Cucchi (Oscar Classici 2016, note di Mariella Di Maio) che restituisce, per quanto possibile, la sveltezza sintattica e la  peculiare modernità linguistica di uno scrittore che non sopportava il cosiddetto “bello stile”, che trovava artificioso e falso.
 “Lo stile affettato mi fa orrore”, scrive a Balzac dopo aver letto sulla Revue parisienne l’ampia recensione che quest’ultimo aveva dedicato al romanzo (né l’ultima delle tre versione di una lettera non spedita), “e vi confesso che molte pagine della Certosa sono state stampate così come sono state dettate la prima volta. (…) Dato che i furfanti sono, per la maggior parte, enfatici e magniloquenti, si finirà con l’odiare il tono declamatorio”. Certo, si finirà, mi viene da aggiungere; ma non sappiamo quando.
  



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